Il vaso

Il vaso

Aveva passato l’intera giornata nel tentativo di scrivere una lettera di addio straziante.
Perdonatemi.
Iniziava sempre così, come se con il suo suicidio stesse per fare chissà quale grave torto all’umanità.
Perdonatemi.
Che presunzione.
Se ne rendeva conto.
Tutto l’impegno riposto in quella che doveva essere la sua ultima azione da uomo vivo, insieme a quella di premere il grilletto, naturalmente, lo stava logorando.
Senza contare che lo avrebbero letto in pochi, il suo messaggio finale. Sua madre, qualche amico, i poliziotti. Ma sapeva anche che con una dignitosa uscita di scena tutta la sua vita sarebbe stata rivalutata. Da insignificante essere umano uguale a tutti gli altri sarebbe diventato un giovane suicida dall’animo poetico, troppo sensibile e profondo per continuare a vivere in questo mondo così materiale.
Decisamente meglio.
Tutto era filato liscio fino a quel momento.
Scorrendo come in un catalogo le opzioni per togliersi la vita – “tagliati le vene nella vasca da bagno, è sufficiente una lametta per una morte da rock star” – aveva optato senza alcun dubbio per l’istantaneo e drastico colpo in testa. Procurarsi una pistola, poi, era stato più semplice ed economico del previsto.
Ora era pronto.
Aveva deciso di farlo.
Oggi.
Si era fatto la doccia e rasato. Vestito con cura. Aveva preso la pistola dalla scatola in fondo all’armadio dove l’aveva tenuta in quelle settimane. Si era seduto al tavolo del soggiorno con l’arma già carica accanto al portafrutta ed aveva preso carta e penna, pronto a sentenziare la sua stessa fine nero su bianco.
Questa era la fase più semplice, in teoria. Non era male in Lettere ed iniziò, fiducioso di chiudere rapidamente questa sua ultima incombenza.
La cosa che lo irritò di più, quel giorno, fu lo scoprire di non provare assolutamente nulla. Stava per farla finita. Di lì ad un minuto si sarebbe infilato in bocca la canna della pistola e le sue cervella sarebbero schizzate sulla parete.
Niente più corpo, anima, cielo, donne.
Fine.
E lui non provava niente. Era per questo che aveva deciso di uccidersi, perchè la vita lo annoiava, e, probabilmente, era per questo che non riusciva a scrivere una lettera di addio perlomeno decente.
Ai primi tentativi aveva fatto attenzione alla calligrafia. Tutti avrebbero dovuto decifrarla. Quel biglietto sarebbe stato tenuto in qualche posto del dolore nella sua casa. Nessuno avrebbe più riaperto quel cassetto, perché tutti avrebbero saputo che lì, sul fondo, c’era il suo straziante biglietto di addio. Una presenza potente, tanto da emanare un’aura di dolore tutto intorno. Poi, al decimo foglio stracciato e accartocciato, aveva iniziato a scrivere velocemente. L’avrebbe ricopiato dopo, quando la lettera fosse finalmente risultata buona.
Il primo pomeriggio se ne era già andato e lui iniziava a perdere le speranze di farcela.
Non è possibile farsi fermare da questo, pensava. Tuttavia l’ipotesi di farlo senza lasciare alcun messaggio non venne da lui nemmeno presa in considerazione. Era la prassi. La consuetudine del buon suicida. Era così che doveva andare e lui, di certo, non aveva intenzione di violare queste norme non scritte. Il biglietto era la cosa più importante, altrimenti anche il suo suicidio non avrebbe avuto alcun valore. Così aveva continuato cercare le parole giuste e, quando nella stanza iniziava ad entrare la luce blu della sera, le aveva trovate.

Me ne vado senza un perché.
E forse proprio questa è la ragione più importante.
Lascio poco al mondo. La mia sola presenza e questo addio.
I respiri che mi hanno gonfiato il petto, le parole dette a voce alta, gli oggetti accumulati intorno a me.

Me ne vado senza emozione e sono certo di non causare troppo dolore.
Un rumore assordante e sarà tutto finito. Questo tutto che poi è quasi niente.
Una persona in meno al mondo, una persona come me, non fa molta differenza.
Per questo farò attenzione. Spegnerò tutte le luci e chiuderò porte e finestre.
Un bacio a chi lo desidera.
Addio. 

Poteva andare.
Poetico al punto giusto, commovente ma distaccato.
Sì, poteva andare.
Era sufficientemente soddisfatto del suo lavoro. Forse sperava in qualcosa di meglio, ma più lo leggeva più lo trovava equilibrato, in linea con il suo carattere. Senza contare che era riuscito ad omettere l’odioso Perdonatemi, fatto non di poco conto.
Era stato sul vago, senza riferimenti a persone specifiche. Sua madre ci sarebbe rimasta male, probabilmente, ma non voleva fare la figura del mammone per l’eternità. Era una lettera lasciata al mondo, al futuro, ai posteri. Non a sua madre.
Sì, poteva andare.
Adesso aveva la sua lettera.
Ora era davvero pronto.
Stese il foglio con le mani e lo mise ben in vista al centro del tavolo.
Si sedette sul divano.
Si mise in bocca la pistola e fece fuoco.
Durò un istante, ma fu sufficiente a fargli capire che qualcosa era andato storto. Sentì il sapore metallico dell’arma contro il palato e senza esitare un solo istante premette il grilletto. Non fece in tempo a sentire il rumore del colpo, ma percepì qualcosa. E questo non andava bene. Avrebbe dovuto percepire il Tutto o il Niente, non qualcosa.
Era allibito. Praticamente non esisteva più, ma quel briciolo di lui che rimaneva era sinceramente allibito. Un’onda altissima di pensieri lo investì, avvisandolo che in mezzo a quel lago di morte a sopravvivere era stata la sua parte razionale. La più sconveniente in una situazione come quella.
Avvertì movimento intorno a lui e sapeva che lo stavano portando via, per salvargli la vita. O mio dio che figura da idiota, pensava.
E quella lettera. Non aveva alcun senso ora. Con lui ancora vivo quelle parole sarebbero suonate ridicole. Totalmente grottesche. Se avesse potuto, avrebbe provato il più puro senso di vergogna mai sperimentato da un uomo.
Ma tutto questo era assurdo. Queste cose non capitano nella vita reale. Capitano nelle soap opera, dove nessuno muore mai davvero, nei film e nei romanzi d’appendice. Era troppo terribile per essere vero.
Sul giornale locale, il giorno dopo, sarebbe apparso un lungo articolo sul suo tentativo di suicidio, fallito per un millimetro nella traiettoria del proiettile all’interno della sua testa. Un millimetro di più o di meno, a destra o a sinistra.
Niente più poesia. Niente più ultimo atto in grande stile. Ormai aveva capito.
La lucida scintilla di vita che non se ne era voluta andare immaginava quello che avrebbe scoperto di lì ad alcune settimane. I danni permanenti lo avrebbero reso un vegetale. Una pianta pensante. Nessuno avrebbe mai capito se dentro di lui permanesse qualcosa o se le foglie si fossero diramate anche dentro la scatola cranica. Gli avrebbero chiesto di girare gli occhi, se li sentiva, o di alzare un dito, uno qualsiasi. Ma lui non si sarebbe mosso ed inerte avrebbe ascoltato i discorsi intorno a lui, come un vaso.
Voleva uccidersi, ma non era stato capace.
Voleva uccidersi e invece era diventato un vaso.

via threeframes

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Cosa

Georges Mathieu

Cosa vorrei.
Mi chiede.
Non essere qui.
Le rispondo.
Allora se ne vada.
Mi alzo ed esco. Magari fosse sempre così semplice.

Edonismo

Dal greco antico Edoné, piacere
E’, in senso generale, il termine con il quale si indica qualsiasi genere di filosofia o scuola di pensiero che riconosca nel piacere - e non, ad esempio, nel bene o nella felicità - il fine ultimo dell’uomo.